Suknovic: la ricerca pittorica di un mondo in movimento
FIRENZE – Dalla Yugoslavia a New York passando per Firenze: il percorso artistico di Miljan Suknovic. Nato nel 1973 a Kula (Yugoslavia), Miljan Suknovic ha studiato arte e architettura a Belgrado, Praga e Amburgo ma è nella città del Giglio (dove si è diplomato all'Accademia di Belle Arti nel 2005) che l'artista ha maturato un'evoluzione sostanziale nel suo codice di comunicazione pittorica. A Firenze infatti l'originario linguaggio figurativo espressionista di Miljan si è sintetizzato in un espressione coloristica astratta. Questo passaggio cruciale è rinvenibile in un murales che Suknovic ha realizzato nel 2007, in collaborazione con la Ken's Art Galleri, per l'Hotel Plaza Lucchesi di Firenze. Qui, nella Hall dell'albergo, Miljan è intervenuto su una carta da parati tromp l'oeil che raffigurava una veduta neoclassica realizzando, direttamente sull'immagine, alcune bande verticali che coprono e scoprono la veduta valorizzandone alcuni particolari e scorci: “Ho cercato – spiega Suknovic – di costruire qualcosa che non fosse completamente astratto e impattante. Studiando a lungo l'immagine sono quindi intervenuto a mantenere il senso di prospettiva e tagliando l'immagine più per unire che per dividere lo spazio. Il murales di Firenze – continua – è stata una delle ultime cose che ho fatto in Europa ed è stato un po' la summa, il punto di arrivo del mio percorso europeo. Una sorta di simbolico biglietto aereo per gli Stati Uniti”. Il lavoro, che si compone di sei bande verticali astratte che dividono in sette parti il paesaggio neoclassico, colpisce per la pennellata sicura e il sapiente uso delle sgocciolature che si intrecciano armoniosamente a tracce di calligrafia corsiva. I colori, tra accordi e disaccordi cromatici riescono a trasmettere un intelligente armonia d'insieme che si realizza attraverso campiture e velature in cui le pennellate di colore si relazionano con quelle dello strato preparatorio. Attraverso questa grammatica pittorica e grazie al rapporto tra superfici piane astratte e visione prospettica, l'artista riesce a offrire un sentimento di tempo rinnovato riuscendo brillantemente nell'idea iniziale che ha mosso il committente dell'opera: l'Hotel Plaza Lucchesi. L'albergo, che è uno dei più antichi di Firenze, porta avanti fino dagli anni '50 – '60 l'inserimento di opere d'arte contemporanea nei suoi saloni. Qui, oltre al lavoro di Suknovic sono presenti opere, tra gli altri, di Quinto Martini e Giuliano Caporali: “Con il dipinto di Miljan Suknovic – spiega il direttore dell'albergo, Varnero Ciofi – volevamo rinfrescare un po' l'ambiente. E alla luce del risultato credo sia stata davvero una buona idea”.

A partire dal 1997 Suknovic ha esposto in numerose mostre personali e collettive collaborando con gallerie d'arte in Italia, Francia, Serbia, Grecia, Germania e Stati Uniti. Attualmente vive a New York e lavora nello studio di Joshua Neustein. Negli ultimi lavori di Miljan la sua ricerca astratta si è indirizzata verso un codice comunicativo geometrico ispirato alle architetture e ai ritmi frenetici della “città che non dorme mai”. Per il pittore infatti riveste una grandissima importanza il luogo in cui vive e lavora: “Quando ero in Germania – dice – ho capito quanto fosse stato importante vivere e lavorare a Firenze. In Serbia avevo fatto lavori espressionistici mentre a Firenze ho sperimentato diversi tipi di linguaggio astratto e vari tipi di materie e colori. In Germania ho vissuto un periodo ancora diverso in cui la luce e l'energia si legavano nel kaos! Ogni posto ti da qualcosa che ti influenza e questo può essere piacevole oppure no ma in ogni caso ti porta carattere”. La sua ultima esposizione newyorkese si compone si un gruppo di dipinti che indagano il suo incontro/scontro con la cultura e la tecnologia degli Stati Uniti. Sono lavori in cui ciascun gesto riflette la complessa dinamicità dell'ipertesto e della sfida digitale, la tavolozza è diventata fluorescente o metallica a rappresentare un modello di società che funziona ma che non è fatto per la gente ma per il sistema stesso.
Valerio Giovannini